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Non solo rider, il pianeta della “gig economy” in Italia conta ormai tra 700mila e un milione di addetti, che vanno dai servizi di “clouding”, come l’elaborazione dati, ai più tradizionali come l’offerta di babysitting o di pulizie magari a chi affitta casa su Airbnb.

Secondo quanto emerge dal rapporto della Fondazione Rodolfo Debenedetti, i rider rappresentano appena il 10% di questa nuova galassia di lavoratori e sono circa 10mila quelli che lavorano per le piattaforme di food delivery. Se questi ultimi sono in media under 30, negli altri campi l’età media sale, visto che il 25% di questi lavoratori ha tra 30 e 50 anni e il 70% ha alti livelli di istruzione. Il 50% dei gig worker lo fa per 1-4 ore a settimana e il 20% tra 5 e 9 ore.

E allora perché parlare proprio di loro? Le questioni sui rider (trattate qui dal nostro blog) sono terreno mediatico delle critiche al nuovo paradigma economico protagonista di dibattiti e contraddizioni.
Daremo un’ampia visione del problema e discuteremo la prospettiva del Basic Income. Cercheremo di sfatare i miti trattandone l’ideologia.

I numeri di Deliveroo

Matteo Sarzana, country manager per l’Italia, spiega che Deliveroo “ha più di 2mila rider” in 17 città: “Il 78% è under 30. In media le ore lavorate sono 10 e più della metà sta con noi meno di 4 mesi”.
Solo il 17% resta tra i 6 mesi e un anno mentre appena il 15% lavora per la piattaforma più di 12 mesi. “Metà dei rider sono studenti, un terzo lo fa come secondo lavoro, anche per altre piattaforme e solo un sesto dichiara di non essere occupato”.
L’inquadramento è a collaborazione occasionale con ritenuta d’acconto e la paga media è di 12,80 euro l’ora.

I numeri di Foodora

Per Foodora Italy, il ceo Gianluca Cocco: “I nostri rider sono inquadrati come co.co.co., quindi con le tutele previste da quel contratto, e il compenso è fissato a 5 euro a consegna, inclusivo di contributi, invece su base oraria a 12,50 euro. 9 persone su 10 ha tra 18 e 34 anni, circa 8 su 10 sono studenti o lavoratori che vedono tutto questo come un’attività integrativa e le ore lavorate per circa 8 su 10 non superano le 25 ore settimanali. Quasi 9 collaboratori su 10 si dicono soddisfatti o neutrali”.

Il posizionamento economico del food delivery

La consegna di pasti a domicilio non è una novità recente: il fattorino motorizzato che porta la pizza a casa è una figura familiare a tutti.
Just Eat, fondata in Danimarca nel 2001. L’idea originaria fu la seguente: lasciare la preparazione del cibo e la consegna al ristorante; aggregare le offerte di più ristoranti in un unico ambiente digitale comodamente a disposizione del cliente, e cioè la piattaforma. Questo modello fu superato da aziende come Deliveroo, fondata nel Regno Unito nel 2013, e Foodora, fondata in Germania nel 2014, che oltre a gestire i rapporti con i ristoranti decisero di occuparsi anche della logistica delle consegne.

Maggiore il numero di consegne per unità di tempo, maggiore l’incasso – e il guadagno dei rider, se sono pagati a consegna. Il ruolo della piattaforma è cruciale, dovendo ottimizzare il numero di rider in servizio a seconda delle fasce orarie e delle richieste previste. Si tratta di un “business di volume”. Sia Deliveroo che Foodora somministrano periodicamente dei questionari ai propri rider per analizzare il grado di soddisfazione e identificare possibili aree di intervento: in particolare la sera e nei week-end. Emerge un identikit definito: una collettività giovane, con un elevato turn-over, che considera questa attività come fonte integrativa di reddito per scopi di breve o medio termine.

Emerge che, all’interno di una sostanziale soddisfazione da parte dei lavoratori, uno su due vorrebbe una posizione lavorativa più stabile e con maggiore co-responsabilità aziendale (formazione professionale, pagamento dei costi di manutenzione – anche se non di acquisto – del mezzo di trasporto, ecc.).

In primis è opportuno ricordare che il food delivery è solo uno dei settori del lavoro on-demand tramite app, che a sua volta è solo una delle tre categorie che formano la gig economy. Come si vedrà dall’analisi dei dati del questionario della Fondazione Debenedetti, alcune caratteristiche marcate dei rider, come l’elevata quota di maschi e la giovane età, non si ritrovano sul complesso dei lavoratori della gig economy.

Per quanto riguarda le caratteristiche socio-demografiche, cominciamo con il constatare che vi è uno sbilanciamento di genere. In quanto la quota di donne sul totale ammonta al 42,8%.
Inoltre il picco delle classi centrali è dovuto principalmente ai secondi lavori (con valori intorno al 37% nella classe 30-39 e 32% nella classe 40-49), cioè a individui tra i 30 e 50 anni che sono lavoratori dipendenti e autonomi e che decidono di arrotondare il loro reddito attraverso la gig economy pertanto, non si può sostenere che in Italia la gig economy sia rivolta principalmente ai giovani. Nella classe di età 18-29 il 54% dei lavoratori gig è composto da studenti.

Infine è interessante notare come il dibattito pubblico sia incentrato sui rider, che rappresentano una parte limitata della gig economy, e che, almeno per le piattaforme di consegna più note, sono caratterizzati da contratti per il lavoro autonomo occasionale, e da dinamiche relativamente note. Non si sa molto dal punto di vista del dibattito politico delle altre componenti della gig economy, che sono associate a forme di contratti informali/verbali, che potrebbero utilizzare forme di pagamento alternative come i buoni regalo o le ricariche telefoniche, con nessuna forma di tutela, contribuzione sociale, e tassazione.

Tre aspetti vanno ricordati:

  • i problemi della gig economy hanno una dimensione globale, senza dimenticare il tema della tassazione transnazionale;
  • c’è una polarizzazione, dove la maggior parte dei lavoratori ha esperienze molto brevi, e allo stesso tempo una quota di lavoratori non trascurabile che persiste nel tempo;
  • il lavoratore della gig economy effettivamente sceglie quando e dove lavorare, aspetto rilevante nella discussione di attribuzione del lavoratore alla sfera del mondo contrattuale subordinato oppure autonomo.

Una classificazione dei nuovi lavori autonomi

Nei 28 Paesi dell’Unione Europea solo alcuni, come il Regno Unito (+24,9%) e la Francia (+17,8%) hanno visto un incremento di occupazione tra gli autonomi. In Italia, nonostante il decremento, la quota di lavoratori autonomi rispetto alla totalità è 21,9% tra le più alte. 

Una quota di questi lavoratori riguardano la sharing economy. A livello individuale è forse sempre esistita, in molti casi a titolo gratuito; a livello imprenditoriale, invece, la sharing economy si è sviluppata grazie alle nuove tecnologie che permettono l’incontro tra offerta e domanda su larga scala, rendendolo facile, veloce, tracciato. Il ruolo della piattaforma digitale è cruciale. Per l’intermediazione la piattaforma ottiene un guadagno, come ad esempio Bla Bla Car.

Diverso invece è il caso Uber, dove l’autista si sposta su chiamata. Per questo si parla di gig economy (processo di “uberizzazione dell’economia”). “Gig” è una parola dell’americano informale che descrive un lavoretto o un incarico temporaneo, e deriva dal gergo dei musicisti jazz degli anni ’20.
Per esempio, nella piattaforma Fivver, fondata in Israele nel 2010, ogni servizio o micro-job effettuato da un freelance è chiamato gig: si va dalla grafica al design, dalle traduzioni alla programmazione, al mettere tag a oggetti che i software ancora non sono in grado di riconoscere.

La gig economy è un modello di lavoro su richiesta, dove domanda e offerta si incontrano on-line attraverso apposite piattaforme digitali.

Questi “lavoretti” possono essere raggruppati in tre grandi categorie:

  1. Lavoro on-demand tramite app, esempio le app di food delivery o Uber.
  2. Crowdwork (lavoro-folla), i committenti postano su una bacheca virtuale i lavori disponibili e si rivolgono a una platea molto vasta, anche globale. Il sociologo britannico Guy Standing lo ha definito il lavoro a chiamata di nuova generazione: disponibilità in rete a tutte le ore, tutti i giorni. I simboli diventano il profilo su facebook e il DM su twitter. Standing ci ricorda che Mechanical Turk (un internet marketplace creato da Amazon per rispondere alle domande sei clienti sull’e-commerce) solo nel 2012 ha assunto oltre mezzo milione di lavoratori-folle in più di 100 paesi: il 70 per cento sono donne. ODesk è una piattaforma che mette in contatto freelance o lavoratori indipendenti che cercano piccoli lavori o mansioni specifiche ha contrattualizzato 14 milioni di persone in India, molte altre negli Stati Uniti, Bangladesh e altrove. Mezzo milione di filippini è iscritto alla piattaforma ed è impiegato nell’outsourcing aziendale. Non è un’eccezione, ma un “comparto”: il comparto del crowd-work.
  3. Asset rental, l’affitto e il noleggio di beni e proprietà, la sharing economy. In questi casi la prestazione lavorativa, se c’è, è accessoria, come nel caso del proprietario di un appartamento in affitto su AirBnb.

Applicazioni e città

Da dove nasce la gig economy? Allarghiamo il focus considerando la città come nostro ecosistema.
È il 2009 quando Apple fa debuttare un claim destinato alle migliori fortune: per pubblicizzare l’ecosistema delle applicazioni per smartphone, Cupertino dice, e fa dire a milioni di persone, «There’s an app for that».

La ricchezza dell’offerta a Milano è particolare, «la dimensione stessa, densamente popolata ma estesa su un territorio circoscritto, consente di effettuare consegne veloci» dice Sarzana, general manager di Deliveroo. I fattorini diventano cursori-fattorini che si muovono in tempo reale sulla mappa della città a tempi di consegna ridotti: «La tecnologia è quella che ci permette di avere una flotta di rider indipendenti».
Deliveroo ha soltanto due condizioni che gli aspiranti “rider” devono rispettare: avere in dotazione uno smartphone «non più vecchio di due anni» e un motorino (o, in alternativa, una bicicletta).

Non è più una questione di “essere tecnologici”,  cioè di conoscere la tecnologia. Diventa una questione di come utilizzare la tecnologia. Il “fare tecnologico”: delegare comportamenti umani per praticità.

Sarzana osserva che «il sistema sarebbe perfetto se non ci fosse l’intervento umano», e aggiunge «Per gestire volumi di ordini molto alti serve un controllo costante da parte del nostro staff, che monitora le ordinazioni e la posizione dei rider, e interviene per cercare di far funzionare il tutto al meglio».

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Chi ordina?

Abbassiamo la camera, sul cliente delle piattaforme. Chi ordina?
A Milano oggi, ci sono molte ragioni per stare tranquilli in una giornata di pioggia, con un cellulare sul divano dopo una stressante giornata di lavoro. La pioggia e il freddo non ci faranno uscire di casa, ma sarà un gentile fattorino a portare la spesa. Oppure cercheremo la macchina più vicina grazie all’app e pagheremo senza tirar fuori il portafogli.

La sovrabbondanza di servizi di questo tipo non è di per sé una garanzia di assenza di criticità irrisolte. L’avanzata dell’ecosistema delle app che ha trasformato Milano in una città più internazionale ripropone i tipici dilemmi della sharing economy.

Ma rimaniamo alla pioggia. Che giornata uggiosa.
La piattaforma dice che c’è un pasto da prendere al ristorante e da portare al cliente. Il ragazzo con la bicicletta, può decidere se andare o no.
Sa che se lavora, questa sera, non avrà tempi morti e guadagnerà bene, anche perché quando piove i clienti danno più mance.

Da cosa e chi sarà spinta la sua decisione? È un imprenditore di se stesso?
È un tranquillo studente che arrotonda con un “lavoretto”? Oppure lavora per uno stupendo di 2mila euro al mese?
Lo schermo, l’interfaccia del sistema che gli fornisce il lavoro, è chiaro e trasparente? Quanto questo influisce sulla sua serata?

In effetti, la piattaforma è una macchina. Qualcuno la usa e qualcuno la costruisce.
Questo è il nuovo confine: i due mondi del lavoro. Le risposte a queste domande aiutano a capire come sarà il lavoro del futuro. Non è sempre un confine tecnico, a volte ideologico.
Nel prossimi paragrafi cercheremo di dare qualche spunto di riflessione.

Il lavoro del futuro

L’economia digitale implica una cultura del lavoro che si organizza su piattaforme abilitanti e richiede lavoratori capaci di interpretare in autonomia le opportunità per raggiungere gli obiettivi aziendali. Chiede questa mentalità: ai tecnici, ai manager fino ai rider.

Ma a seconda di come si scrivono e si vivono gli algoritmi e i sistemi incentivanti, il mondo del lavoro emergente può apparire come una splendida fioritura di possibilità o tutto il contrario: una prima linea del nuovo conflitto sociale.

McKinsey, multinazionale di consulenza strategica, nel suo report scrive che le piattaforme digitali stanno trasformando il lavoro indipendente perché rendono molto più efficiente l’incontro di domanda e offerta. Ma non tutte le piattaforme funzionano allo stesso modo.    

Grazie alla riduzione dei costi di comunicazione e di coordinamento servizi che fino a qualche anno fa erano monopolio esclusivo di professionisti, i servizi vengono offerti sul mercato da soggetti molto diversi tra loro per solidità economica, competenze e professionalità.
La nascita di un’economia p2p (peer-to-peer) accompagna il posizionamento all’interno di piccole nicchie di mercati specializzati l’economia b2c (business-to-consumer). Ad offrire ai pari questa possibilità sono “piattaforme” on line.

Le tradizionali distinzioni tra personale e professionale, tra gratuito e a pagamento, tra lavoro autonomo e dipendente, entrano in crisi. Le rassicuranti polarizzazioni del passato sfumano in una molteplicità di situazioni non semplici da cogliere.

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L’economia circolare ha bisogno della comunità

La società fordista era caratterizzata da conflitto capitale-lavoro con lo Stato in mezzo. Questa fase è passata in un secondo ciclo, quello della società orizzontale che in Italia è stata caratterizzata dal capitalismo molecolare e dall’impresa diffusa. Aldo Bonomi, sociologo, richiama la gig economy come parte di questo tipo di capitalismo.

L’economia circolare si basa su un concetto importante: la conoscenza globale in rete soprattutto a base urbana. Oggi, siamo nella forma produttiva della società dello spettacolo, dal nome “gig” (lavoretto, la serata, l’esibizione musicale).

I lavoratori (taskers) dell’economia on demand, o app economy, vivono il fondersi di passatempi, hobby, lavoro. Si parla di playbour, gamebour o di weisure (work+leisure). Salta la distinzione tra tempo di lavoro e tempo libero, tra lavoro e non lavoro, tra occupazione e disoccupazione.

Il problema è che oggi il Terzo settore da solo non funziona; Aldo Bonomi ci spiega l’importanza della cittadinanza attiva. Se non c’è cittadinanza attiva nella società circolare, questa si blocca.

La vera necessità, racconta Bonomi, sono i soggetti che entrano nella ruota. Ricostruire e ripartire dalla comunità. Una comunità che è in crisi. La prospettiva di globalizzazione dal basso che parte dai territori, dai lavori, dalle periferie e chiede e sviluppa un meccanismo di compartecipazione rispetto ai grandi cambiamenti.

La sussidiarietà circolare significa che nei grandi salti d’epoca – e questo lo è tanto dal punto di vista del modello produttivo, quanto dell’informazione – nei grandi processi della politica e dell’economia bisogna essere in grado di mettere in mezzo la società. Possiamo essere disponibili, ma essere cittadinanza attiva vuol dire poter negoziare. I corpi intermedi sono più necessari che mai.

Siamo difronte a un enorme sviluppo tecnico, dato dalla rete che permette la circolarità e gli algoritmi che determinano la qualità di quella circolarità. La società circolare e la sharing economy si presentano come un grande storytelling (il nostro blog amico vi spiega cos’è lo storytelling in questo link).

Storytelling delle aziende e ora quello dei soggetti della gig economy  che hanno usato lo storytelling per rendersi visibili. Oggi c’è anche il racconto dei soggetti invisibili del precariato.

Aldo Bonomi

Il rischio è avere uno storytelling che rimanda a se stessi, dobbiamo ricominciare a fare ricerca tra i soggetti. Bisogna riprendere a fare con-ricerca, sostiene Aldo Bonomi.

Platform cooperativism

La trasformazione della sharing economy in gig economy (l’economia del “lavoretto”) ha alimentato un platform capitalism capace di rendere estremamente redditizie le interazioni degli utenti di una piattaforma tecnologica.

Fin dalle sue origini, a metà ‘800, la cooperazione è stata una nuova forma di impresa capace di sollevare alcune categorie dallo svantaggio sociale ed economico, ispirando pratiche di riforma sociale nell’ambito del consumo, del lavoro e del credito, producendo servizi essenziali per tutti i membri di una comunità.
Alcuni meccanismi di produzione di valore condiviso tra produttori e consumatori si possono ritrovare, oggi, nelle cooperative italiane, nelle filiere agroalimentari distribuite e radicate nei territori, nelle logiche di welfare comunitario che oltrepassano i limiti delle prestazioni socio-assistenziali, nella personalizzazione dei servizi abitativi, nella riattivazione di asset comunitari sottoutilizzati.

Trebor Scholz, professore di cultura e media, lavora per definire un’interfaccia tra le nuove tecnologie e la cooperazione e favorire, appunto, la nascita di nuovi protocolli capaci di distribuire in modo equo i benefici portati dall’innovazione e dall’efficienza verso i lavoratori e le comunità.

La «sharing economy» (diversa dal capitalismo classico) viene definita da Scholz «Platform Cooperativism», e corrisponde alla riscoperta del mutualismo e dell’economia cooperativa.

L’ipotesi della “cooperazione di piattaforma” nasce inizialmente dal rifiuto della piattaforma come dispositivo ed evoca una coalizione tra designer, lavoratori, artisti, cooperative, sviluppatori, nuovi sindacati, avvocati del lavoro. Tutti con la convinzione di poter cambiare la struttura dall’interno e permettere a tutti di godere dei frutti del loro lavoro.

L’organizzazione del lavoro – produzione, distribuzione, vendita – corrisponde a una nuova funzione di auto-rappresentanza sindacale e civica a livello municipale ma anche internazionale. L’alternativa alle piattaforme monopolistiche come Facebook o Google diventa un’opzione sociale materiale. Certo, l’alternativa non si ferma nella rete. È la rete ad applicare modelli di auto-organizzazione presenti nella società.

Esempi di storytelling dal basso

Il sindaco di New York Bill Di Blasio presenterà una legge a tutela di queste forme di lavoro. New York è la città all’avanguardia nelle lotte dei freelance: con la Freelancers Union – che lavora con i soggetti del lavoro professionale e creativo ma tende ad allargarsi a quelli dei servizi tecnologici alle imprese – ha siglato una convenzione che ha permesso la nascita di un sistema sanitario mutualistico. L’auto-organizzazione, e la coalizione con i sindacati, la politica metropolitana, le istituzioni di prossimità, mostra una strada negli Usa.

Amazon, Mechanical Turk e altre aziende non sono “innovative” sostiene Scholz. “Fanno parte di una monocultura che mira a massimizzare i profitti aziendali e si impegnano a garantire profitti per gli stockholders”. In pratica, l’innovazione tecnologica è separata dall’innovazione sociale – cioè i diritti del lavoro e quelli sociali- e in questa cornice si afferma un modello sociale che va ben oltre la sharing economy.

La sharing economy e la sua finanziarizzazione hanno tradito le aspettative di neutralità e capacitazione degli utenti. Lo sviluppo di piattaforme e community più attente alla redistribuzione del capitale, ai valori e alle “monete” di scambio così come alla riduzione della disuguaglianza.

Un esempio è platform.coop, che intende ri-allestire servizi come AirBnb, Amazon, Uber ispirandosi ai principi della cooperazione. Quali? La proprietà della piattaforma stessa da parte dei propri utenti, spesso produttori e consumatori di beni e servizi, che ne diventano soci. E proprio in Italia, culla della cooperazione, si stanno muovendo i primi passi per realizzare piattaforme cooperative in cui l’infrastruttura digitale non è un semplice accessorio. In Europa la comunità è presente a Berlino, Barcellona e Londra.

Logo Digital Labor Conference 2015, qui tutti gli eventi.

Tre spinte di regolazione in Europa

In Europa, la sharing economy si trova stretta da tre richieste di regolazione: avanzate dalle piattaforme, dai sindacati e dagli Stati.
Nel primo caso si tratta di un’autoregolazione che usa gli strumenti bottom-up, cioè dal basso verso l’alto. I clienti di un servizio valutano online la reputazione o la qualità del servizio, le piattaforme mantengono un controllo sulle classifiche e mirano alla soddisfazione dei clienti. I sindacati intendono applicare la concertazione per fare “dialogare” i lavoratori con le piattaforme.

Nel caso degli Stati l’autoregolazione viene affidata alle piattaforme a condizione che rispettino le regole della concorrenza e quelle del fisco.
In questo caso un esempio è la proposta di legge presentata da un intergruppo parlamentare in Italia. Una proposta singolare, avanzata prima della presentazione delle regole europee, tutta incentrata sulla questione della concorrenza e che esclude dalla sharing economy gli interrogativi sul lavoro autonomo, oggetto di un altro provvedimento del governo Renzi. Il testo è possibile discuterlo qui.

È problematico applicare le normative del lavoro fordista, e la contrattazione sindacale, a un mondo dove le parti sociali si formano “dal basso” e si auto-generano in base ai rapporti professionali, di mutuo aiuto, cooperativi, personali. E poi in base agli obiettivi, ai contesti, alle tecnologie. Nel lavoro-digitale si affermano elementi di intelligenza collettiva, competenze e inventività, oltre alla capacità di auto-organizzazione e cooperazione che mancano nella descrizione del “crowd-work”.

Le piattaforme e lo Stato, al momento, non intendono riconoscere né il lavoro-folla, né il più ampio ventaglio delle possibilità del lavoro digitale. In questo orizzonte manca del tutto un’idea del lavoro che non sia un elemento della concorrenza sul mercato, oppure un equivalente del fare impresa o start-up tecnologica.
I sindacati rischiano di interpretare questa attività operosa con le lenti di un altro lavoro, quello dipendente. Il dibattito è tra un’auto-regolazione centralizzata e un’altra distribuita nelle reti. Bisogna capire quali sono gli strumenti della contrattazione sul lavoro e nella società. Il contratto non è più l’unico strumento per realizzarla.

Nuova forma di sussidiarietà

«Nell’epoca dell’economia leggera, il Terzo settore è più importante che mai», spiega il sociologo Aldo Bonomi, ma «deve essere in grado di promuovere una nuova forma di sussidiarietà capace di cogliere le sfide dell’economia circolare e far fronte alla crisi del welfare»

Non c’è sharing economy senza social economy. Non c’è economia della condivisione, se non c’è società della condivisione. Non c’è smart city se non c’è una città della condivisione.

Aldo Bonomi

«In un contesto come quello attuale preferisco non parlare di reddito di cittadinanza» Andrea Fumagalli, professore associato di Economia Politica presso l’Università di Pavia e membro del Comitato esecutivo del BIEN (Basic Income Earth Network) e del Bin-Italia (Basic Income Network), «Il reddito di base deve essere considerato un reddito primario, cioè che remunera».

A partire dalla seconda guerra mondiale è stato creato un secondo tipo di distribuzione regolato dallo Stato: sostegno alle imprese, forme di welfare e tariffe agevolate per le famiglie che viene chiamata distribuzione secondaria.
Il reddito di base incondizionato nella visione di Fumagalli e vedremo anche di Guy Standing  appartiene alla prima categoria. I mutamenti tecnologici, dell’organizzazione produttiva, del lavoro hanno fatto sì che la base dell’accumulazione capitalistica si sia enormemente allargata, andando a coinvolgere una serie di attività che sino agli anni Settanta venivano considerate, dal punto di vista capitalistico, improduttive. Ad esempio attività di cura, riproduzione sociale, relazione, tempo libero, svago.

Questo ha fatto saltare la distinzione tra lavoro e non lavoro che era caratteristica del modello fordista. Quando facciamo una ricerca su Internet (e la facciamo con piacere) stiamo producendo valore per i motori di ricerca così quando utilizzo i social network (un esempio è Facebook ma vale per qualsiasi altra piattaforma).

Fumagalli: «Il reddito universale riconosce la nuova produzione di valore non remunerata» Non si capisce più se quando stiamo “oziando” produciamo valore. Tutte le nostre attività di vita quotidiana sono considerabili un processo di produzione di valore. Di fatto non c’è più nessun disoccupato, se intendiamo come non-occupato colui che non partecipa alla produzione di valore capitalistico. Tutti siamo occupati e quindi il nodo, oggi, è tra chi è occupato e viene remunerato e chi produce valore ma quella produzione di valore non viene remunerata.

Il reddito incondizionato essenziale per poter scegliere di rifiutare lavori degradanti e sottopagati. Ma la disuguaglianza non si supera coi sussidi.

Andrea Fumagalli

Fumagalli ritiene che il reddito di base incondizionato in una prima fase possa essere contro il precariato. Devo poter scegliere il lavoro e quindi devo poter rifiutare lavori malsani, massacranti, inaccettabili. Il lavoro sarà quello pagato bene, con orari e turni paragonabili a quelli che sono stati imposti dalle lotte sindacali nel fordismo oppure sarà svolto dalle macchine.
Per esempio il pick up dei pacchi di Amazon lo potrà sicuramente fare un robot con intelligenza artificiale.

Il reddito di base incondizionato dovrà essere sempre associato al salario minimo garantito. Gli economisti neoliberisti hanno sempre sostenuto che la riduzione delle garanzie, come il sussidio di disoccupazione, e dei vincoli di mercato, come il salario minimo, favorirebbero l’aumento dell’occupazione. In realtà le statistiche raccontano l’opposto: nei Paesi dove si è sviluppata più flessibilità nel mercato del lavoro – Italia, Spagna e Grecia, per intenderci – la disoccupazione è aumentata notevolmente negli ultimi anni. Qualunque forma di reddito di base deve essere collegata all’introduzione di un salario minimo questo, come in Italia, non esiste.  Le due cose vanno in parallelo e non devono essere disgiunte altrimenti si creano nuove asimmetrie.

In Danimarca Niels I. Meyer, inventore dell’UBI (universal basic income) sostiene che il problema sta nel valorizzare l’essere umano che sarà sempre creativo. Il creativo però faticherà sempre di più ad inserirsi nel mercato del lavoro. Una nazione sana come la Danimarca può dare un sostegno ai creativi e ai pensatori.
La sua paura la chiama “zunami neoliberista”che toglie l’interesse all’UBI. Non può stare nel sistema capitalistico, che assorbe risorse e crea distanze. Per Meyer bisogna rompere il dominio del capitalismo e fare cambiamenti politici radicali.

Una possibile applicazione si vedrà quando le macchine sostituiranno molti lavori, aumenterà il precariato. L’UBI potrà essere un modo per calmare i ribelli con pochi sforzi. Questa potrebbe essere una trappola per l’originale UBI, sostiene preoccupato Meyer.

Un’altra prospettiva, non in contraddizione, è quella di Guy Standing (TEDxLakeComo) che considerando l’aumentare del ventaglio delle attività produttive, come sopra citato da Fumagalli, dice una frase sincera:
“Se io curo la mia mamma, allora non è lavoro, se tu curi la mia mamma allora ti devo pagare.” “è sessista ed è stupido”.

Conferenza di Guy Standing (co-founder del Basic Income Earth Network),
per TEDxLakeComo (evento indipendente organizzato dalla comunità locale che utilizza il formato delle TED talks).

Misurare il valore del lavoro

Se in una società capitalista siamo considerati proprietari di qualcosa, allora valorizziamo tutto quello che siamo, a cominciare dai nostri tessuti, memorie, relazioni, percezioni, sensibilità o conoscenza. Gli economisti definiscono questi elementi come “beni non rivali”: sono unici, ma possono essere usati più di una volta e da più persone, senza che questo imponga una proprietà esclusiva. I dati rientrerebbero in questa categoria. Questo è il modo per misurare il valore prodotto dalla nostra forza lavoro.

La differenza è enorme: potremmo essere proprietari dei dati che produciamo. Non è escluso che la legislazione sulla privacy arriverà a stabilire questo principio a partire dalle carte fondamentali dei diritti. Un giorno sarà anche possibile venderli come si fa oggi con altre merci. Ma questo non basta. La soluzione non è diventare capitalisti di se stessi, ma liberare la nostra forza lavoro. Questa è la proposta del filosofo Roberto Ciccarelli.

Potremo anche essere proprietari dei nostri dati ma ciò che permette ai dati di essere prodotti, cioè la forza lavoro, è di tutti.

Roberto Ciccarelli

Una possibilità è essere pagati a pezzo. La logica della reputazione e della visibilità, su cui si basa la nostra società porta al cottimo. È questa la gig economy.
Si può invece essere cittadinanza attiva e negoziare l’algoritmo, fare contrattazione sociale, a partire da una base superiore al minimo vitale: il reddito incondizionato garantito a tutti, lavoratori e non.

Cosa vuol dire negoziare l’algoritmo?

Nel caso dei riders di Deliveroo ogni volta che si loggano alla piattaforma dovrebbe scattare un algoritmo che apre una posizione assicurativa e contributiva, calcola il valore della prestazione, riconduce il gigworker a una contrattazione permanente e diretta sul salario e i suoi diritti.
È già accaduto in Belgio per un periodo molto breve grazie alla Società mutualistica per artisti SMart, la più grande cooperativa dei freelance in Europa con gli smart contracts.
Non ha funzionato perché il governo di centro-destra belga è intervenuto con una defiscalizzazione per i lavoratori autonomi usata da Deliveroo per rompere unilateralmente l’accordo con Smart, il primo al mondo.

Guardando alla differenza tra le grandi piattaforme di matching e le più piccole che incorporano valori di relazione e sociali, è abissale. Ma emergono fortunatamente delle sfumature, dove l’intento è di “impadronirsi dell’algoritmo”. Ovvero essere consapevoli di come sono progettate le piattaforme condiziona il modo in cui queste organizzano i lavoratori e creano valore.
«Siamo ancora agli inizi – spiega Marta Mainieri di Collaboriamo– e non dimentichiamoci che la crescita delle piattaforme internazionali è stata drogata dai fondi di investimento americani. Ma è altrettanto evidente che si stanno diffondendo processi collaborativi in tutti i settori, pensiamo all’abitare, alla finanza con block chain, alla mobilità e al welfare. E il modello di business include la relazione e la fiducia ». Degli esempi pionieri di modelli di piattaforma cooperativi sono EcsaStocksy o Fair Mondo, Loomio. Tutti vogliono generare esternalità positive, per il lavoro, l’ambiente e le relazioni.

In conclusione bisogna proseguire su questa traccia ed estendere l’accordo a tutte le attività produttive che passano in rete. Se noi produciamo dati su Facebook, allora possiamo capire l’immenso impatto che questo potrebbe avere sul capitalismo digitale.

A livello globale, e nazionale, molti sono già gli esempi, nel campo dei videogiochi, in quello dei riders, o dei microlavoratori di Amazon. La negoziazione potrebbe superare la logica reputazionale e iperproduttivistica che domina sulle piattaforme introducendo il salario minimo.

Fonti